Sono solo stasera. Anzi no. La solitudine non esiste. Mi accompagno ai soliti amici di quando sei assente. Il Toscano originale invecchiato dodici mesi, quello nella confezione lunga da due con l'anilla tricolore larga e il capote marrone scuro che lo fascia esterno e irregolare e che ha la tripa bella compatta che lo riempie un pò alle due estremità e un pò di più nel mezzo; siamo io lui i miei piedi nudi e le tue scarpe in disordine sul mio tappeto persiano rosso. Ascoltiamo la musica forte; Lenny che strilla, Lenny che suona da dio, Lenny che prega e attraversa le casse col suo umore intimo e nero. Una delle mie infradito al petrolio con la bandierina brasiliana tatuata sopra tenta un approccio impossibile con la tua scarpa verde col tacco da dieci. Non si rende conto; mi fa sorridere come quando vedo un chihuahua tentare di accoppiarsi con un alano. Il fante di cuori invece stasera non esce; riposa nel mazzo insieme ai cavalli, così il re e le regine se ne restano in camera loro ed è probabile che dopo, si ballino un tango. Io no. Mi immagino la vita di corte mentre lavoro di mano affondando sul mio divano di pelle. Sbuccio l'involucro, lo tiro fuori e me lo giro un pò tra le mani. E' un lungo affare per cui decido di tagliare. Lo affero nel punto giusto e con un colpo secco gli sferro un taglio alla Bobbit. Troncare un Toscano originale fa sempre un certo effetto. Devo chiedere ad una donna esperta di sigari, cosa prova nel farlo, ma non ci sono bipedi femmina intorno; devo avere l'aura settata su maledetto per cui le anime dritte, stasera, se ne stanno alla larga. Ci fosse almeno la vicina o il suo amante che l'aspetta di sotto ogni martedì sera o una sua zia o il portiere o il postino o un cane o una cagna qualsiasi con cui poter fumare bere o ridere un pò stanotte; ci fosse almeno il mio cane ad insegnarmi a ululare alla luna. Ci fossi tu.
Il mezzo sigaro rimasto lo tengo da parte per la prossima volta in cui il cielo si sentirà orfano dei randagi dall'ugola attiva. All'altezza di "I build this garden for us" mi ricordo di avere un balcone. Esco fuori, afferrando un bicchiere e il vetro prezioso del mio ottimo Porto, scalzo con i boxer di Adri e Ifi decorati in bianco e nero con improbabili posizioni del kamasutra che stasera hanno l'aria stonata. Mi affaccio su vista parcheggio mentre un'arietta fresca mi solletica le braccia ed un lampione indeciso si accorda intermiitente col suono che viene da dentro. Acceso. Spento. Ce la fa. Non ce la fa. Ma è più acceso che spento per cui ce la fa. Forse sopravvive ad un altra nottata. Io, intanto, mi metto al lavoro; mastico il tabacco, lo sputo, aspiro il mio sigaro spento. Penso alla possibilità di installare una sputacchiera condominiale per legge. Poi apro la bottiglia che ho rapito alla polvere dello scaffale e gli restuisco la dignità che la natura le aveva donato ed il destino poi tolto facendola finire ad invecchiare nella mia cantina del cazzo.
Stappo il cimelio impolverato alcolico buono con la gradazione che stona e riempio il bicchiere. Mi giro tra le mani il Toscano arrossandogli la punta con la fiamma sincera del fiammifero in legno. Ma il vento dice di no, che non si può fare. Quindi uso il Ronson. Non c'è un anima. "Fallo. Fattelo" , mi ripeto, mentre aspiro sbuffo bevo e aspiro e sbuffo e bevo, e lo faccio per bene come una fottuta scimmia ammaestrata. Lascio che bruci lentamente e che piano si trasformi in dense avvolgenti spirali di fumo bianco. Il Toscano originale è un sigaro di carattere. Ha le palle. In effetti....pensandoci....dovrei smetterla di ficcarmelo in bocca.
Nel frattempo è arrivato Robottino. Passava di qua. See. A chi lo racconta. Lo so che gli urge la vita e vuole sfruttarmi il fascino ed andare in un pub. Scende dalla familiare col passo disarmonico che struscia l'asfalto raschiando l'atmosfera che avevo creato. Lui fischia. Io fischio. Mi dice: "Belle mutande. Hai del finocchio. Che fai scendi?". Mi chiedo se l'ironia sia dovuta davvero alle mutande o abbia qualcosa a che fare col mio sigaro e i suoi attributi. Poi sbuffo, alzo il bicchiere brindando alla sua macchina nuova e rispondo sarcastico: "Scendo. Bello il furgone. E'nuovo?". Lui rosica, lo so. Io, no.
Non esiste la solitudine. E pure se fosse, non ci sto così male da solo. Le carte le scarpe il mio sigaro e il Porto.
Ognuno è solo.
Ma tu, no.
E forse neanch'io.
dentro la foto: Toscano Originale in posacenere metallo Ikea su divano pelle Ikea
.... vederti sorridere acca ventiquattro intorno ai tuoi trentadue denti bianchi, impedire al giorno di superare la notte di ogni openbar danzante, regalarti un giorno di primavera dentro ogni gelido inverno, farti ridere e basta a crepapelle, cancellare il ventinove gennaio e ogni ventitrè marzo, allungare il ventotto dicembre, barattarmi col mio clone migliore per offrirti il gesto di un tulipano al giorno, capire il tuo ego a favore di luna, fermarti nel punto più alto di questo giro sull'altalena.
Se solo potessi lasciare fuori dalla tua vita ogni incomprensibile passaggio fermando il colore nelle impressioni di settembre.
dentro la foto: luce di te e il tuo maglione verde benetton nelle impressioni di settembre
dentro la musica: Remedios - Gabriella Ferri [Saturno Contro - theme]
Sarà che a capodanno me ne stavo ad un passo dal countdown di TimeSquare; che al MoMa ho respirato da molto vicino il profumo dei colori di Van Gogh e della sua notte stellata; che ho pattinato sul ghiaccio del Rockfeller Center; che ho ammirato il tramonto su Manhattan dall'Empire; che ho pianto davanti a GroundZero; che ho passeggiato tra la gente per le vie di Broadway mangiando un hot-dog; che mi sono sdraiato sull'erba verde in Central Park; che ho fatto colazione con un bicchiere di caffè-solo di Starbucks davanti alla vetrina di Tiffany; che ho camminato sulla Fifth Avenue; che ho dormito al Warwick hotel all'angolo tra la sesta e la cinquantaquattresima in un letto ad una piazza e mezza con tre cuscini tutti per me; che ho preso la Subway per il Bronx; che sono sceso a Battery Park e sono risalito a piedi fino a Soho facendo una sosta da Gatsby's; che ho guardato TimeSquare alle due di notte affascinato dalle sue luci come un bambino difronte ad una giostra infinita. Sarà solo che un sogno si è realizzato, ma la sensazione di libertà che ho respirato a New York mi è rimasta incastrata dentro come una bolla d'ossigeno. Ogni tanto ci torno col pensiero quando mi sento stretto ed ho voglia di sentirmi libero. Mi rifugio in quel posto nell'anima, in cui i grattacieli se ne stanno intatti a farsi coprire dalla neve che scende lenta come in un souvenir sottovetro, per respirare aria; come se lì, fosse per sempre, il 10 settembre.
dentro la foto: in ordine sparso - NY - statua della libertà, Moma, Ground Zero, Warwick Hotel, TimeSquare, Starbucks Coffee, The Subway, Gatsby's, 5th Ave., McDonald's.
ilsettedentro casa col sigaro in bocca la musica spinge per indicarmi la strada ilnoveIindependencia robustos su Porto; io sul divano. ma soprattutto Hendrix ildodici in ufficio cerco di adeguarmi ai loba loba, invano iltredicisulla pelle sdraiato ascoltando la musica ascolto me scrivendo ildiciotto mi manca il quadrupede; penso a lui cercandomi intorno, trovando soltanto assenza di peli ilventuno al lavoro, come sempre, tra i loba devo fingermi idiota ilventitrèdentro la tana, una volta ancora, la luce la vedo dal buco, ma la musica arriva lo stesso e mi illumina dentro ilventiquattro Buddy se ne è andato. per sempre ilventotto il sole entra obliquo da fuori; dentro mi devia il rumore su suono interiore.
Rimonta in bici per un pò, su quella scassata di quando eri piccolo, che per te era un gioiello ed andava bene così com'era; quella con cui avresti attraversato il mondo.
Saltaci su mentre il sole ti scotta la testa e l'afa intorno, popolata di grilli e cavallette, ti avvolge come l'aria sputata da un asciugacapelli.
Pedala veloce sulla terra spaccata dal sole mentre il sudore ti cola sul viso e ti pizzica gli occhi ma tu non riesci a stancarti. Mai. Perchè sei avido di conoscere il mondo, ad ogni costo, nel bene e nel male.
Ripensa di nuovo alla bellezza di una corsa nei campi, con il grano che ti frusta gli stinchi, e all'orrore delle creature mostruose che abitano i posti che non hai mai esplorato. Scava la notte. E scopri l'essere umano. Nel bene. Nel male.
Il treno stava scoppiando. Di sole e di caldo. Di folla pressata come simmenthal da discount in una confezione di latta troppo aderente.
Era estate.
Il sottovuoto dentro la scatola era scongiurato da piccoli deflettori aperti sopra finestrini sigillati ermeticamente, per cui l'aria che entrava, poca, era sufficiente ad ammalare la carne. Dentro l'ambiente era saturo; sudava dai sedili un sudore già usato che esalava attraverso le trame spugnate degli schienali.
Quella mattina, il ferro strisciante, si era presentato con puntuale ritardo. I soliti cinque minuti. Era arrivato in stazione e ci aveva investito con la sua scia maleodorante nonostante la striscia gialla, la barriera di protezione immaginaria che corre verniciata sul marciapiede; la sua fisica schiacciata non basta mai ad isolarci dalla nube chimica puzzolente di plastica bruciata che arriva dai freni incandescenti fumando, per cui, quando il treno si ferma ed apre le porte, siamo già storditi dalla nuvola tossica e non facciamo fatica ad ambientarci. Sarà pure che ormai il tanfo ci è entrato nella pelle; facciamo avanti e indietro su questi binari da anni e forse non ce ne siamo accorti, ma siamo diventati parte del treno.
Saliamo sulla piattaforma perforando la barriera di cellule umane che ci ingloba come una gelatina e un minuto dopo già puzziamo e sudiamo come i sedili e gli arredi. Ci integriamo così bene che il controllore non ci chiede neanche più il biglietto. Siamo paesaggio per passeggeri occasionali, pezzi di tappezzeria che si incollano come un patchwork alle pareti luride delle carrozze ad ogni fermata.
2008.
L'aria condizionata non lavora come dovrebbe.
Pensiamo al mare.
La ragazza salita a Latina legge lo stesso libro da mesi. Ha gli occhi chiusi ed un mattone di 700 pagine dal titolo "Bipedi mobili" che gli suda tra le mani; lo tiene stretto come una bibbia confortante per rinfrescare l'anima. Pensa che il libro parli di lei e del suo viaggio animale. Perchè lei si muove; si sposta avanti e indietro lungo i binari e le stazioni tra Napoli e Roma, attraversando campi coltivati a vite e serre. Ma non si accorge di nulla stordita com'è dal calore e dalla realtà di note e parole in cui si è estraniata infilandosi dentro le orecchie spugne da un megawatt. Chiude gli occhi alla ricerca di un nirvana troppo lontano che la aiuti a staccarsi dal suo corpo accaldato. La sua mente si allontana e non vede le case cantoniere che dominano i campi gialli bruciati dal sole, le fattorie sulle colline, le pecore sciolte dentro i greggi immobili. Crede di muoversi, ma è ferma da anni nello stesso breve tratto di mondo come una pecora esterna. Ascolta sempre le stesse canzoni, colonna sonora del suo essere statico, mentre il mondo sotto di lei gira così veloce che muove il culo pure questo treno inchiodato ai binari che ci ospita gratis e lascia ristagnare pensieri e materia in un brodo quasi primordiale. Magari uscirà qualcosa di buono da questo pentolone a pressione, ma per adesso lo schifo e il disgusto sono talmente forti e presenti che la puzza intorno prevale sul resto.
Luglio 2008.
Il militare è svenuto sulla sua casa-zaino alle 14 e 30.
Il caldo cannibale, intanto, ci cucina per bene il cervello. Cuoce il metallo esterno alzando la temperatura interna come una febbre mortale. Prendiamo boccate d'aria attraverso le microfessure dei deflettori facendo turni di cinque minuti.
Applichiamo democrazia.
Nell'altro vagone si scorge offuscata la sagoma del capotreno.
Applicheremmo nazismo. Ma siamo così cotti che pure il nostro sangue si è rassegnato e non ci ribolle più nelle vene.
Ora, agognamo sopravvivenza, mentre la temperatura non smette di alzarsi e il fondo di questa pentola a pressione ci scotta i piedi e sbuffa dai lati il nostro sudore aggregato.
Ogni anno nello stesso periodo pare che faccia più caldo.
Il mondo fuori dal vetro si muove veloce. Ogni giorno di più. E noi ci mettiamo di meno ad arrivare nei posti, ma arriviamo comunque in ritardo. Una volta sulla carta ci volevano 70 minuti e nel migliore dei casi si arrivava in 75. Oggi ce ne vogliono 50 e si arriva in 55. Continuano a fregarci minuti. Di vita. Ed almeno per me, la mia, non ha prezzo. Voglio indietro il tempo che mi hanno rubato. Perchè di furto si tratta.
Il tipo col berretto verde, tramite interfono, chiede scusa, una volta a destinazione, per i minuti che nel frattempo sono saliti a dieci. Ma le scuse non bastano più.
Roma è qui. A un tiro di leva.
La vediamo ferma attraverso il vetro appannato.
Scendiamo come sfollati.
Il 2008 è arrivato?
Non ce ne siamo accorti. E' in ritardo pure lui, in questa città immobile, di almeno un millennio.
VUOI ESSERE UNO DEGLI AUTORI DELLA PROSSIMA ANTOLOGIA LAS VEGAS?
Partecipa al nostro gioco, bello bello in modo assurdo.
Las Vegas edizioni (www.lasvegasedizioni.com) ti mette a disposizione il suo scintillante casinò letterario e un gioco completamente gratuito per mostrare il tuo talento.
Il premio? Potrai essere uno degli autori della prossima antologia di Las Vegas!
REQUISITI: possedere un sito o un blog. (Non hai un blog? Quale migliore occasione per aprirne uno!)
ISTRUZIONI: per partecipare alla prima selezione devi:
1) pubblicare questo post (esattamente così com’è) nel tuo sito o blog. L’originale del post che devi ricopiare è qui [http://lasvegasedizioni.splinder.com/post/16142956/%21%21%21%21%21];
2) mandare a gioco(at)lasvegasedizioni.com l’indirizzo (l’url, quella cosa che comincia con “http://”) del post di cui sopra, più quello di un altro post – uno solo: quello che più rappresenta il tuo stile e la tua volontà di scrivere – che vuoi sia letto e valutato dall’arcigno croupier. Non inviare nessun altro tipo di materiale. Sul blog di Las Vegas edizioni, www.lasvegasedizioni.splinder.com, saranno indicati, via via, tutti i partecipanti;
3) aspettare nuove istruzioni.
TEMPI: la prima selezione terminerà quando avremo raggiunto materiale a sufficienza (la scadenza verrà annunciata con qualche giorno di preavviso sul blog di Las Vegas). Se avrai giocato le carte giuste, sarai contattato per partecipare alla seconda fase.
PREMI: il premio finale, al termine delle varie selezioni, è la pubblicazione nella prossima geniale antologia targata Las Vegas.
Kabul = guerra. Dal 1979. Invasa dai russi prima, poi repressa dai talebani, quindi invasa di nuovo dalle "forze del bene" dell'occidente civilizzato. L'anima di Kabul ha subito orrende torture. Il suo popolo ha sofferto. Le cicatrici sono visibili sui palazzi crivellati di colpi e sulle gambe mozzate dei bambini che corrono su rigide stampelle di legno come fossero pattini a rotelle. Saltano su una gamba sola; e non per giocare a campana. Ma veniamo al punto. Violenza, povertà, arti mozzati. Cose che vedi bene dentro le due ore e più di proiezione de "Il cacciatore di aquiloni". Ma è davvero la guerra che porta tutto questo? No. Non la vedi la guerra. C'è quello che resta. Il dopo. Il nulla. E tuttintorno, polvere. Miseria. Il paesaggio afgano è reso ancora più scarno dal montaggio che intervalla la devastazione di Kabul ai verdi campi della California beat di Miller, Bukowski, Kerouac e di tutti quelli che hanno gridato libertà in un posto che di quell'ideale ha fatto la sua bandiera. San Francisco, città cosmopolita e tollerante, tagliata a pezzi da frammenti di intolleranza talebana. La città americana con la mentalità più aperta contro una tra le culture più chiuse mai partorite dal genere umano. E questo è il punto più interessante del film. Si assiste allo svilimento della cultura e delle tradizioni di un popolo ad opera di un regime che impone di tornare indietro nel tempo. Vestono le donne con grotteschi burka-zanzariera facendole assomigliare all'orrenda sagoma del cugino-it degli Addam's. Poi, come se non fosse già di per se umiliante, le prendono a sassate con pietre grosse come sanpietrini in uno stadio stracolmo di inquietanti esseri barbuti. E' il trionfo dell'ignoranza, del più forte che vince un milione a zero sul debole. Gli aquiloni possono volare solo nei cieli liberi. Cieli in cui la cultura è presente e la dignità è rispettata come valore fondamentale. E allora li vedi alzarsi e volteggiare indisturbati, indifferentemente, davanti la baia di San Francisco o sui tetti da presepe di Kabul. Amir è il protagonista del film. La storia scorre attraverso i suoi occhi di aspirante scrittore che, da piccolo, assiste ad una violenza ai danni del suo più caro amico Hassan. Ma per paura, per ignoranza, non interviene. Abbassa la testa come un afgano difronte a un talebano. Poi studia, diventa uno scrittore, cerca di capire. E si riscatta verso la fine salvando il figlio di Hassan ormai morto, sottraendolo al destino buio dell'ignoranza. La guerra come unica igiene del mondo. Se servisse a ripulire paesi ripiobmati nell'oscurità del medioevo, a ridare loro dignità, allora sarebbe la benvenuta. Peccato che, invece, non serva mai ad eliminare la violenza che si muove abile su ogni terreno e striscia indistintamente sui prati d'occidente e nella sabbia d'oriente, e che sembra inestirpabile dal dna dell'essere umano. No, non è la guerra a portare violenza. L'ignoranza si. E dove non la porta la giustifica con complice indifferenza. Il film si chiude con un meraviglioso volo di aquiloni liberi davanti alla baia di San Francisco. Io esco dal cinema. Guardo in alto. Nel cielo nessun aquilone. Poi mi volto verso le serrande abbassate dei palazzi, chino la testa e mi chiedo: "Quante Kabul dietro ogni finestra? Quante ancora ?".
Nome: Gianluca Pezzella Ho il biglietto di sola andata. Come mai?
35 anni Latina Roma umore poco nuvoloso salvo addensamenti
+dipingere schizzandomi addosso gli smalti indelebili tossici respirando vapori letali i polmoni mi dicono basta ma io sono sordo + scrivere con la penna bic blu strusciando la mano sul foglio a quadretti e il palmo destro si spalma l'esterno d'inchiostro industriale visibile tra le rughe blu + leggere i libri che leggo underline di matita e orecchia sull'angolo destro + ascoltare la musica forte le casse curvate esterne convesse a un passo da me e a un passo da proprio tutti i capelli per terra e dalle mie orecchie ancora attaccatte ma col timpano rotto, e il rumore del mare a un metro dal mare, e quello del vento che tanto non sento perchè sono sordo + sentire la pioggia fina sulla testa leggera che l'ombrello non serve e il sole addosso che brucia abbronzante + mozzicare cubi alti di cioccolato fondente settanta ottanta percento non meno, e la pagnotta intera, e chicchi enormi di sale grosso e le fragole intere con lo zucchero sopra a ogni morso, e la sacher per il mio compleanno che tutti dicono è estate fa caldo ma io la voglio lo stesso + assaggiare la Nutella col cucchiaio gigante e la birra con la schiuma alta due dita + sniffare il pane caldo dalla busta comprato ora dal panettiere, e la terra bagnata e Buddy + guardare i film al cinema ingurgitando tortillas, e un cane negli occhi, e l'alba e il tramonto + leggere Kerouac Bukowski Ammaniti Palhaniuk Dick DeLillo Fante + fumare sigaro independencia o toscanello o montecristo #4 bevendo rhum e caffè sul terrazzo di Bro + bere becks e doppio malto bionde, e vino tocai cerasuolo di Vittoria -ipocriti + stronzi che vagano fuori dal cesso gli indico un posto dove andare a cagare + i vigili che purgano alla stazione + altri + varie ed eventuali