venerdì, 06 febbraio 2009 ore 14:43
lunedì, 21 aprile 2008 ore 20:54
giovedì, 10 aprile 2008 ore 10:06
Kabul = guerra. Dal 1979. Invasa dai russi prima, poi repressa dai talebani, quindi invasa di nuovo dalle "forze del bene" dell'occidente civilizzato. L'anima di Kabul ha subito orrende torture. Il suo popolo ha sofferto. Le cicatrici sono visibili sui palazzi crivellati di colpi e sulle gambe mozzate dei bambini che corrono su rigide stampelle di legno come fossero pattini a rotelle. Saltano su una gamba sola; e non per giocare a campana. Ma veniamo al punto. Violenza, povertà, arti mozzati. Cose che vedi bene dentro le due ore e più di proiezione de "Il cacciatore di aquiloni". Ma è davvero la guerra che porta tutto questo? No. Non la vedi la guerra. C'è quello che resta. Il dopo. Il nulla. E tuttintorno, polvere. Miseria. Il paesaggio afgano è reso ancora più scarno dal montaggio che intervalla la devastazione di Kabul ai verdi campi della California beat di Miller, Bukowski, Kerouac e di tutti quelli che hanno gridato libertà in un posto che di quell'ideale ha fatto la sua bandiera. San Francisco, città cosmopolita e tollerante, tagliata a pezzi da frammenti di intolleranza talebana. La città americana con la mentalità più aperta contro una tra le culture più chiuse mai partorite dal genere umano. E questo è il punto più interessante del film. Si assiste allo svilimento della cultura e delle tradizioni di un popolo ad opera di un regime che impone di tornare indietro nel tempo. Vestono le donne con grotteschi burka-zanzariera facendole assomigliare all'orrenda sagoma del cugino-it degli Addam's. Poi, come se non fosse già di per se umiliante, le prendono a sassate con pietre grosse come sanpietrini in uno stadio stracolmo di inquietanti esseri barbuti. E' il trionfo dell'ignoranza, del più forte che vince un milione a zero sul debole. Gli aquiloni possono volare solo nei cieli liberi. Cieli in cui la cultura è presente e la dignità è rispettata come valore fondamentale. E allora li vedi alzarsi e volteggiare indisturbati, indifferentemente, davanti la baia di San Francisco o sui tetti da presepe di Kabul. Amir è il protagonista del film. La storia scorre attraverso i suoi occhi di aspirante scrittore che, da piccolo, assiste ad una violenza ai danni del suo più caro amico Hassan. Ma per paura, per ignoranza, non interviene. Abbassa la testa come un afgano difronte a un talebano. Poi studia, diventa uno scrittore, cerca di capire. E si riscatta verso la fine salvando il figlio di Hassan ormai morto, sottraendolo al destino buio dell'ignoranza. La guerra come unica igiene del mondo. Se servisse a ripulire paesi ripiobmati nell'oscurità del medioevo, a ridare loro dignità, allora sarebbe la benvenuta. Peccato che, invece, non serva mai ad eliminare la violenza che si muove abile su ogni terreno e striscia indistintamente sui prati d'occidente e nella sabbia d'oriente, e che sembra inestirpabile dal dna dell'essere umano. No, non è la guerra a portare violenza. L'ignoranza si. E dove non la porta la giustifica con complice indifferenza. Il film si chiude con un meraviglioso volo di aquiloni liberi davanti alla baia di San Francisco. Io esco dal cinema. Guardo in alto. Nel cielo nessun aquilone. Poi mi volto verso le serrande abbassate dei palazzi, chino la testa e mi chiedo: "Quante Kabul dietro ogni finestra? Quante ancora ?".
Su "Il cacciatore d'aquiloni" di Khaled Hosseini