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venerdì, 06 febbraio 2009 ore 14:43
greatJonesStreetDelillo
"Il male è un movimento in direzione del nulla". Bucky Wunderlich è una rockstar che si muove in direzione del male. Il male che intendo (ed è così che a me piace intenderlo) non è morte ma trasformazione. Bucky si sta trasformando, lo sente, lo percepisce, e come un animale al capolinea, sceglie il posto in cui passare il tempo che gli resta prima di approdare ad uno stadio della vita successivo (questo - sia  chiaro - lo leggo tra le righe per cui è solo una mia opinione - una personale chiave di lettura): quindi si ritira tra le mura della casa della sua fidanzata in Great Jones Street a Manhattan,  mentre insieme alla sua band è all'apice del successo. Si sottrae alla forza risucchiatrice di una generazione che lo ha incoronato icona degli eccessi e che vorrebbe ancora vederlo protagonista sulla scena. Per il pubblico è evidente l'importanza di avere un riferimento - in questo caso un riferimento passato - ovunque esso sia e sotto qualsiasi forma. Il pubblico vuole ancora illudersi che nulla possa davvero cambiare. Ma Bucky non crede più all'importanza di servire quell'illusione. Accarezzerà comunque, per un breve periodo di tempo, l'idea di tornare a calcare i palcoscenici del mondo; gli si prospetterà la possibilità di propinare al pubblico alcuni inediti canti della montagna, suoni giovani, scritti in età giovane, che non torneranno più e che per vari motivi, si perderanno. 
Durante questa presa di coscienza che lo porterà ad inevitabile sbandamento, qualcuno proverà ad approfittare della sua condizione ed allora entreranno nella storia giornalisti spietati a caccia di notizie sensazionali e membri di una misteriosa comunità agricola che tenteranno di piazzare una droga dagli effetti misteriosi.

Sarà tra le vittime degli eccessi di cui cantava, predicando come un cattivo maestro, che Bucky cercherà se stesso dopo essersi perso - dopo aver perso il suo ruolo in una società
da cui si è sempre più distaccato e da cui ormai ha preso le distanze. Le voci sulla sua presunta fine si moltiplicheranno e tra le più seducenti prenderà corpo - proprio in chiusura - quella che lo vorrebbe a compiere "buone azioni, tra vagabondi e sifilitici, santo patrono di tutti gli individui che ascoltano il canto dei misteri delle sirene lungo il fiume e subito dopo tornano a dormire tra i fumi del vino ai confini meridionali della città".
Un libro straordinario sul genere umano e sulla società portato avanti col solito linguaggio ironico, visionario e globale di De Lillo.   


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lunedì, 21 aprile 2008 ore 20:54
post4




Rimonta in bici per un pò, su quella scassata di quando eri piccolo, che per te era un gioiello ed andava bene così com'era; quella con cui avresti attraversato il mondo.
Saltaci su mentre il sole ti scotta la testa e l'afa intorno, popolata di grilli e cavallette, ti avvolge come l'aria sputata da un asciugacapelli.
Pedala veloce sulla terra spaccata dal sole mentre il sudore ti cola sul viso e ti pizzica gli occhi ma tu non riesci a stancarti. Mai. Perchè sei avido di conoscere il mondo, ad ogni costo, nel bene e nel male.
Ripensa di nuovo alla bellezza di una corsa nei campi, con il grano che ti frusta gli stinchi, e all'orrore delle creature mostruose che abitano i posti che non hai mai esplorato. Scava la notte. E scopri l'essere umano. Nel bene. Nel male.

Su  "Io non ho paura" di Niccolò Ammaniti

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giovedì, 10 aprile 2008 ore 10:06
post1



Kabul = guerra. Dal 1979. Invasa dai russi prima, poi repressa dai talebani, quindi invasa di nuovo dalle "forze del bene" dell'occidente civilizzato.  L'anima di Kabul ha subito orrende torture. Il suo popolo ha  sofferto. Le cicatrici sono visibili sui palazzi  crivellati di colpi e sulle gambe mozzate dei bambini che corrono su rigide stampelle di legno come fossero pattini a rotelle. Saltano su una gamba sola; e non per giocare  a campana. Ma veniamo al punto. Violenza, povertà, arti mozzati. Cose che vedi bene dentro le due ore e più di proiezione de "Il cacciatore di aquiloni". Ma è davvero la guerra che porta tutto questo? No. Non la vedi la guerra. C'è quello che resta. Il dopo. Il nulla. E tuttintorno, polvere. Miseria. Il paesaggio afgano è reso ancora più scarno dal montaggio che intervalla la devastazione di Kabul ai verdi campi della California beat di Miller, Bukowski, Kerouac e di tutti quelli che hanno gridato libertà in un posto che di quell'ideale ha fatto la sua bandiera. San Francisco, città cosmopolita e tollerante, tagliata a pezzi da frammenti di intolleranza talebana. La città americana con la mentalità più aperta contro una tra le culture più chiuse mai partorite dal genere umano. E questo è il punto più interessante del film. Si assiste allo svilimento della cultura e delle tradizioni di un popolo ad opera di un regime che impone di tornare indietro nel tempo. Vestono le donne con grotteschi burka-zanzariera facendole assomigliare all'orrenda sagoma del cugino-it degli Addam's. Poi, come se non fosse già di per se umiliante, le prendono a sassate con pietre grosse come sanpietrini in uno stadio stracolmo di inquietanti esseri barbuti. E' il trionfo dell'ignoranza, del più forte che vince un milione a zero sul debole. Gli aquiloni possono volare solo nei cieli liberi. Cieli in cui la cultura è presente e la dignità è rispettata come valore fondamentale. E allora li vedi alzarsi e volteggiare indisturbati, indifferentemente, davanti la baia di San Francisco o sui tetti da presepe di Kabul. Amir è il protagonista del film. La storia scorre attraverso i suoi occhi di aspirante scrittore che, da piccolo, assiste ad una violenza ai danni del suo più caro amico Hassan. Ma per paura, per ignoranza, non interviene. Abbassa la testa come un afgano difronte a un talebano. Poi studia, diventa uno scrittore, cerca di capire. E si riscatta verso la fine salvando il figlio di Hassan ormai morto, sottraendolo al destino buio dell'ignoranza. La guerra come unica igiene del mondo. Se servisse a ripulire paesi ripiobmati nell'oscurità del medioevo, a ridare loro dignità, allora sarebbe la benvenuta. Peccato che, invece, non serva mai ad eliminare la violenza che si muove abile su ogni terreno e striscia indistintamente sui prati d'occidente e nella sabbia d'oriente, e che sembra inestirpabile dal dna dell'essere umano. No, non è la guerra a portare violenza. L'ignoranza si. E dove non la porta la giustifica con complice indifferenza. Il film si chiude con un meraviglioso volo di aquiloni liberi davanti alla baia di San Francisco. Io esco dal cinema. Guardo in alto. Nel cielo nessun aquilone. Poi mi volto verso le serrande abbassate dei palazzi, chino la testa e mi chiedo: "Quante Kabul dietro ogni finestra? Quante ancora ?". 

Su "Il cacciatore d'aquiloni" di Khaled Hosseini   
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Utente: gianlucapez
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