martedì, 07 ottobre 2008 ore 20:45
Oggi è il turno di Salvatore Piombino (alias Damiani) autore di Separazione XY - un interessante blog che parla di Libri Cinema Stile Musica Serialità Televisione Cultura Pop ed altro. Da vedere e da leggere, iniziando da questo racconto.
dal Blog di Separazione XY - martedì, 07 agosto 2007
Summertime 7/9 - Do you rember the red swimming pool ?
La calura del pomeriggio ha spinto la maggior parte delle persone a chiudere finestre, tende e persiane in modo da impedire al benché minimo raggio di sole di entrare a violentare i corpi stanchi e sfatti dall’estate sull’isola. Attraverso vie, strade, borghi pieni di sabbia, strade di campagna affollate da aranceti dai colori saturi e uliveti immersi in una polvere di terra rossa e fina.
Corro.Fuggo. Alla tua mercè.
Mi inginocchio di fronte alla tua bellezza bruciata da sole. bacio le tue ginocchia e le tue caviglie in ricerca di respiro. Di pace. Poggio la fronte sul tuo grembo mentre mi sussurri parole fallaci, grinzose e dal sapore acido e lenitivo. Sento le spalle arse nonostante mi sia immerso nell’acqua turchese della piscina a mezzaluna. Osservo i bordi carminio del tuo costume mentre ti avvicini coi bicchieri colmi liquido denso e rosso. Penso al Prazene al sicuro nella sacca sul sedile posteriore della macchina e vorrei urlare di dolore. Mi abbandono al suono delle tue labbra che schioccano, della mia pelle martoriata dei tuoi capelli biondissimi sul pelo dell’acqua. Soffoco immerso in liquido asettico. Sento tremare le palpebre mentre ti imploro di finirmi. Di annullarmi. di lasciarmi fuggire. Socchiudi gli occhi in una risata argentina e mi porgi da bere. Guardo accecato il sole pomeridiano tra le fronde delle palme da dattero. Sento la pelle, i tessuti che si frazionano mentre poggio la schiena alla parete della piscina e cerco di comprendere.
Comprendere a dare un nome.
Alle tue mani sapienti.
A te.
A noi.
Un racconto di Damiani :: (seguono note biografiche) ::
Damiani, nato a Palermo nel 1983, all'età di diciotto anni vola a Roma per studiare Sociologia della Letteratura all'Università “La Sapienza”. Qui incrocia per la prima volta i romanzi di Pier Vittorio Tondelli, studia le radici del genere noir, la fotografia contemporanea, il minimalismo americano e le scritture dei giovani autori italiani degli anni Novanta. Nel dicembre 2007 è tra i relatori delle «Giornate Tondelli» a Correggio con un saggio sul giornalismo musicale dello scrittore emiliano. Attualmente scrive e lavora nell'amata Sicilia.
mercoledì, 01 ottobre 2008 ore 10:46
Il blog di C. De Vincenzo inizia così: "Sono Beth, e muoio spesso. La morte è lentissima, oppure è un lampo". Andate a a dargli un'occhiata. Ci trovate i racconti di tutte le volte in cui la protagonista è passata a miglior vita. Quello che segue, è una di quei racconti.
dal Blog di Bethmuore - giovedì, 29 maggio 2008
Mi sveglio, sento che c'è qualcosa che non va. Non vi racconto balle, l'impressione è che non ci sia più il letto sotto di me. Mi viene mal di stomaco, storco la bocca per il disgusto, ma ho ancora gli occhi chiusi.
Serena nella certezza del buio che dovrei vedere attorno a me, l'istante in cui apro gli occhi passa quasi inosservato. Nella mia vita avrò alzato le palpebre tante volte quanto ho respirato, credo. Ma stavolta l'unica cosa certa è proprio quella che manca. Mi ritrovo in aperto cielo, in camicia da notte. Non ci sono parole più belle per dirlo... sto volando. Mi godo la vista dall'alto, le luci accese in città. Non è un film americano, non ci sono aerei o elicotteri che dicono "oggetto volante non indentificato" o tutte quelle stronzate lì. La verità è che non mi nota proprio nessuno, perchè la gente non guarda mai il cielo a meno che non voglia una risposta alla domanda "devo tirare lo stendino dentro perchè pioverà?".
Comunque fluttuo, dicevo. Sorrido, è assurdo e "perchè è capitato proprio a me? ma è reale? come finirà? potrò rifarlo?" Come sono ingenua certe volte. Questo è un blog di morte e io sono ad almeno 700 metri da terra, cazzo. Come credete che vada a finire? Comincia una lenta, lenta discesa. Dolce. Sembra quasi che sia io a volerla. Ma in questo gioco io non comando un emerito cazzo. La discesa diventa più frenetica ogni istante e quando supero la cima dei palazzi più alti, mi fisso sulle persone che sono giù.
Quello lì sembra proprio il mio uomo. Che. Fa. Sesso. Con. Una. Altra. Donna. In un parco di notte... ma dai... a me non mi ci ha mai portato in un parco di notte a scopare. Ehy, sapete? Forse c'è qualcosa che posso controllare: il posto su cui atterrare. Ti sto puntando, baby. Tu e la tua amichetta non vi aspettate che io piombi letteralmente dal cielo, eh? Bhè, io stasera non mi aspettavo tante cose. Non mi aspettavo di volare, non mi aspettavo che tu mi tradissi ma che vuoi farci. Sono cose che capitano. Ti urlo addosso quando sono a 5 metri da te. A 4 metri vedo la tua faccia spaventata. 3 sono i metri quando la stronza alza il viso e urla. La consapevolezza che il mio urlo è di odio e non di paura arriva quando mancano 2 metri.
1 solo metro mi separa da te, caro.
Allo scoccare dello 0 siamo morti tutti.
Ma solo perchè stavo volando sopra di te...
un racconto di C. De Vincenzo
venerdì, 12 settembre 2008 ore 23:30
In breve, Frank ha aperto questo blog per raccogliervi via via scritti, brani musicali, foto, filmati e quant'altro, ad opera sua e di amici, conoscenti e anche sconosciuti. Perciò, chiunque voglia mandargli una poesia, una foto, un racconto, una canzone o musica o un intervento o spunto di qualsiasi tipo all'indirizzo cexlonetti@libero.it può farlo senza indugio. E poi, naturalmente, se ce l'avete, potete segnalargli il vostro blog, perchè: "Non è che uno sperimenta, è che uno fa quel che deve fare" - diceva, più o meno, John Cage.
Non c'è casa, più (stesura 2)
Dal blog di Frank Lonetti - 25 Marzo 2008
Non c’è casa, più, pensa F. E non c’è più mio padre, perso andato mancato defunto morto il nove marzo di quest’anno, mio padre che viveva qui nella casa, mio padre dunque, mio padre, mio padre e la malattia, la sua catastrofe, la mia seconda catastrofe, il suo inizio e la sua fine...Non c’è casa più, pensa F, e ora ricordo, e ricordo che lui all’inizio non mi sembrava così diverso da prima, anche se sbottava talvolta e imprecava sono malatooo-o e si sconfortava, e la sua malattia sembrava stagnare sembrava starsene acquattata, e però esisteva in effetti, lì fra le sue cose là fra il suo guardaroba elegante, là fra i suoi pacchetti di sigarette e le radioline per sentire le partite, e là dentro la scatola di ottone con gli accendini persino, e persino là fin dentro ai suoi borselli pieni di chiavi tra le scarpe sformate e il rasoio elettrico e il dopobarba, segnando e occupando la malattia il suo territorio e creando e ammantando di senso nuovi oggetti – arnesi invadenti ma rassicuranti in qualche modo—come la bilancia per controllare tutti i giorni il peso, le montagne di medicine per endovena per bocca e per culo, le caramelle senza zucchero i biscotti dietetici i plichi infiniti di analisi lastre e diagnosi.. Ma per lui era sempre la stessa diagnosi e il male gonfiato nel ventre precipitò a un certo punto, ricordo, e saliva ogni poco a spanargli il cervello e mi chiedevo che cosa sapeva, e sospettavo che lo sentisse vicino questo buco nero, quest’oscuro mai considerato che veniva e lo attirava a sé lo voleva e si nutriva di lui, ed era allora per lui credo un sollievo andare qualche volta in un coma in cui riposava in completa lontananza sloggiato da se stesso, ricordo, e quando ogni volta poi ritornava indietro incerto e ripeteva più volte incredulo “ma sono io?” era strano comico struggente, ricordo, assistere a questa lotta della sua volontà per tornare ad articolare se stessa..E cercavamo, io e lui, ricordo, nel buio del pensiero il rimedio, e l’ansia pervadeva la casa e l’ansia si diluiva e poi ritornava, e facevamo finta di niente o scoppiavamo d’ira e urlavamo l’uno contro l’altro e bestemmiavamo, ricordo, e io lo guardavo dal balcone che parcheggiava a fatica e percorreva in diagonale a passo incerto il viale ampio troppo ampio, e aveva fretta di salire a lavarsi la pelle della pancia dove somatizzava tutta la sua rabbia... E fuggivo io, ricordo ancora, e mi ritraevo davanti al vero, al tanto, al troppo, e cercavo di distinguere tra me e lui, ma ritirarsi dalla morte è lo stesso che assistervi e la sua rovina si dilatava, era dovunque dirigessi la mia fuga ad ogni sosta e in qualsiasi posto io fossi nelle giornate di sole, per i prati ed i casali dove potevo scappare... E lui peggiorava, ricordo, ritornava sempre di meno se stesso ed era sempre di più la sua malattia, e io gli urlai contro una volta quando nel sollievo di mangiare un panino dopo uno dei tanti controlli non si accorse di avere la bocca tutta imbrattata di di sangue, e poi il famoso chirurgo, il famoso chirurgo ricordo mi disse di sì che l’avrebbe operato e io guardavo lo studio dalle pareti verdastre e speravo in quel chirurgo, perché lui aveva mani d’artista era risaputo, perché piuttosto che non ci restava ore e giorni in sala operatoria, perché lui era interventista sempre perché era comunista persino, perché lui era il cristo giallo e magro che redime il peso della rovina epatica che attanaglia il mondo, era lui allora il rimedio-la risposta-la soluzione, ricordo, perché lui era il dottore che spezzetta e ricompone gli uomini, ricuciti e come prima, pronti ad andarsene in giro con i giornali sottobraccio e la posta da aprire di nuovo... E poi invece il famoso chirurgo, ricordo, venne a dirmi che ci aveva provato ma con mio padre non si poteva fare, non c’era niente da fare a mio padre non glielo poteva cambiare il fegato che dentro di lui ci aveva trovato un tessuto fibroso insondabile, un groviglio inestricabile di diverticoli, come un cielo di stelle implose, e io allora uscii fuori all’aria fuori dall’aria dell’ospedale a vedere se per caso era rimasto un pezzo di mondo, ricordo, e Torino era avvolta in una specie di melassa inquietante, ricordo, e l’aria pungente del mattino in cui avevo camminato nella neve come un soldato che sorveglia l’accampamento era sparita, ricordo, ed era salito un sole bagnato e nevoso anch’esso, ricordo, Torino mi appiccicava addosso neve e raggi di sole, ricordo, e improvvisamente ero un reduce un soldato ma senza più una causa e mio padre era tra i fumi dell’anestesia, ricordo, e avrebbe aperto gli occhi soltanto per non avere più la forza di chiuderli, ricordo, e ed io ero improvvisamente troppo stanco e una strada di casa voleva disegnarmisi sul volto, ricordo...Ma non c’era strada e non c’era casa. E non c’è casa, più, pensa F. E ora ricordo...
un racconto di Frank Lonetti
venerdì, 12 settembre 2008 ore 23:21

Qualche tempo fa' sono stato selezionato, insieme ad altri 14 "fenomeni" da blog, per prendere parte ad un'antologia di racconti edita dalla giovane casa editrice Lasvegasedizioni di Andrea Malabaila. La raccolta, curata da Enrico Piscitelli, uscirà a gennaio 2009. Da oggi (e fino ad esaurimento) questo Blog contribuirà a far conoscere gli autori dell'antologia attraverso la pubblicazione di uno dei loro post.